Stessa Storia, Nuovo Film: Divinemovie

Pipino: Non credevo sarebbe finita così..
Gandalf: Finita? No. Il viaggio non finisce qui. […] La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato. E poi lo vedi…
Pipino: Cosa, Gandalf? Vedi cosa?
Gandalf: Bianche sponde e, al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora.*
Pipino: Be’, non è poi così male!
Gandalf: No… No, non lo è.

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Non amo i nuovi inizi.
Non sopporto i saluti.
Parlo a voi, miei 25 followers (stretta di mano a Manzoni, abbiamo pareggiato!), che vi accingete a leggere questo post: siate clementi. Chi vi scrive è un piccolo e inesperto blogger emozionato per quello che gli sembra un enorme passo in avanti e commosso per quello che gli fa inumidire gli occhi, come un caro saluto. Un arrivederci su nuovi lidi, l’inizio di un nuovo viaggio.

Da oggi Cinepreso diventa Divinemovie.
Esatto, il Blog è entrato a fare parte del Network di Somethingdivine, una bellissima pagina gestita da due miei cari amici, Davide e Matteo, con cui condivido la gioia di scrivere della propria passione.
Il nome cambia e in piccola parte anche la sostanza. Somethingdivine è un aggregato di cose interessanti, magiche, divine, ed è un grande onore potere portare il piccolo cinepresa in questo meraviglioso ecosistema. Entrate nel sito e cercate la sezione DivineMovie e troverete una versione di Cinepreso tutta rinnovata. Troverete me, le mie parole e tante, tante novità! Alle normali rubriche se ne aggiungeranno di nuove che saranno affiancate da quelle di altri blog paralleli, di musica e tecnologia, grazie ai quali avrete sempre qualcosa di interessante da leggere.

Ma la notizia più entusiasmante di tutte fa rima con il famoso film della Pixar… UP! O meglio: APP!
So che nessuno di voi, 25 follower, si sarebbe mai immaginato un colpo di scena del genere ma noi di SomethingDivine vi vogliamo bene, perciò abbiamo segregato per giorni in cantina il più nerd di noi, Matteo, che ha prodotto una nuova e comoda applicazione.
Se la volete la potete scaricare gratuitamente qui: https://itunes.apple.com/it/app/something-divine/id852251384?mt=8

Non è finita, c’è anche il Podcast: https://itunes.apple.com/it/podcast/divinecast/id825464635?mt=2

Non mi resta che ringraziarvi per la pazienza e l’entusiasmo con cui mi avete seguito in questo piccolo spazio personale. Se sono riuscito a farvi vedere un film in modo diverso, a spiegarvi qualcosa o anche solo a trasmettervi un’emozione allora le ore spese sulla tastiera non saranno state perse.

Ora si va avanti, con questa nuova avventura che non vedo l’ora di iniziare. Cinepreso non sparisce… diventa grande. Questo succede per dare la possibilità ad altre persone come voi di leggerlo, di commentarlo e magari anche di criticarlo.
Sarebbe un grande onore per noi se in questa nuova “bobina” della nostra storia ci foste anche voi, fedeli lettori, parte integrante del più piccolo dei blog. Come dire: se la prima stagione vi è stata gradita, continuate a seguirmi nella seconda.
Io continuerò a scrivere con tutta la passione di cui dispongo e a divertirmi tanto davanti ad uno schermo di luce.
Ci vediamo dall’altra parte del fiume! Vi aspetto!

Gabriele Lingiardi.
* Gandalf si riferiva cripticamente a DivineMovie.

Il gioco è bello quando… È la recensione di Hunger Games – Il canto della rivolta

Hunger Games – Il canto della rivolta, di Francis Lawrence, 2014.

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Hunger Games Il canto della rivolta è un blockbuster atipico: lento, privo di grandi colpi di scena, pieno di “chiacchiere”. Un film dalle grandi ambizioni intellettuali che sembra più un film d’autore che parte di un franchise multimilionario. Un’opera con il coraggio di mostrare un arco narrativo discendente, in cui la protagonista esce dalla sua condizione di eroe inconsapevole solo per diventare una, più o meno volontaria, assassina. Che bella l’inquadratura finale, in cui gli occhi insanguinati mostrano l’ambiguità della rivoluzione: è una giusta causa o una follia? E qual è il prezzo da pagare per la libertà?
È notevole il coraggio del regista Francis Lawrence nel mostrare “i buoni” (concetto relativo nella saga di Hunger Games) agire come i terroristi nella vita reale. Capitol City è l’America, una società ipermedializzata, attratta dalla pornografia del vedere e succube ai messaggi subliminali impartiti dagli strumenti di comunicazione. Non c’è trama in questo film, o meglio non un arco narrativo completo (tra un anno uscirà la seconda parte) ma Lawrence riesce ad evitare le carenze narrative iniziando e concludendo un brillante discorso sull’influenza che la comunicazione ha nei processi politici. È questo Il canto della rivolta: una dimostrazione del potere delle immagini.
La storia inizia con i ribelli alla ricerca di un simbolo e Katniss, personaggio che nella grammatica del film rappresenta l’etica al di sopra degli ideali, si rivela inadatta a questo ruolo. Da questo punto la pellicola inizia a riflettere su se stessa (stiamo davvero vedendo un film di puro intrattenimento?), su come le immagini riescano a veicolare significati e ad influenzare la storia.
Non è un caso quindi che l’immagine della marcia del popolo contro il potere sembri il quarto stato, né che le minacce di Katniss ricordino i “sono ancora vivo” che Osama Bin Laden rivolgeva al mondo occidentale, o che i filmati che guidano la rivoluzione sembrino trailer del film stesso.
È straordinaria la Collins nel creare un’ambiguità veramente inusuale nel cinema americano. La protagonista femminile regredisce, smette di poter scegliere tra due tipi di uomo (tematica tipica della narrativa per giovani ragazze già vista in Twilight e simili) ma viene rifiutata da uno e diventa involontaria carnefice dell’altro. Se i personaggi di Prim e della Madre di Katniss restano troppo abbozzati e quasi odiosi, il film si giova di un ridimensionamento del personaggio di Stanley Tucci, volutamente fastidioso e ormai troppo sfruttato. Jennifer Lawrence fa un lavoro discreto ma non eccelso nel caratterizzare Katniss. Quello che vince è il lavoro fatto sulla storia, sui dialoghi e nelle scelte di regia: il climax finale è costruito con furbizia, giocando nel suggerire allo spettatore che qualcosa di brutto sta per accadere ma non facendolo accadere, per lo meno in questo film (non ho letto il libro). Resta il fatto che lo spettatore esce dalla sala con una sensazione di pericolo e incompletezza che destabilizza e inquieta.
Come sintetizzare la forza di questo film? In una scena molto importante Katniss deve attraversare un ospedale di fortuna, per fare sentire la sua vicinanza ai feriti. La cinepresa mostra l’ingresso della protagonista e il suo cammino tra la folla che la ignora, che pensa a curare le proprie ferite. Quanto sono labili i simboli di guerra e gli ideali per il popolo ferito. Non c’è cambiamento senza sofferenza, non c’è eroe senza peccato. Anche quando, alla fine di questa camminata della sofferenza Katniss viene riconosciuta, la promessa di un futuro migliore rimarrà vana. Almeno fino al prossimo film.

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Interstellar VS Boyhood. Due film a confronto

Boyhood, Richard Linklater, Interstellar, Christopher Nolan, 2014

Proviamo ad entrare in un wormhole, siete pronti a seguirmi?
Non ho in mente nessun esperimento per salvare l’umanità, tranquilli, voglio solo tentare di costruire un ponte tra due film molto diversi ma forse non così distanti. Boyhood di Richard Linklater e Interstellar di Christopher Nolan.

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The Judge, la recensione colpevole.

The Judge, di David Dobkin, 2014

Una sedia che gira. Di fronte l’avvocato dei colpevoli, che difende per soldi, forte e sicuro della sua arte affabulatoria, sta guardando in faccia il suo passato. La sedia gira, e quello che è stato sta per diventare futuro.
Con questa suggestiva immagine si chiude The Judge, il nuovo film di David Dobkin con Robert Downey Jr e il grande Robert Duvall.
È utile, per la comprensione del film, fare un paragone tra questi due attori e i personaggi che interpretano: Robert Downey Jr è un avvocato al vertice della carriera, sicuro di sé ma disprezzato dai colleghi e con un disperato bisogno di rimettere in sesto la propria vita; Robert Duvall interpreta invece un anziano giudice amato e rispettato da tutti (come lo statuto di attore di Duvall stesso), ossessionato dal ricordo che i concittadini potrebbero avere di lui a fine carriera. Questa forte analogia tra l’immagine che questi due attori si sono creati nella vita reale e il personaggio che interpretano nel film è una forte linea narrativa che giova alla credibilità degli stessi.
The Judge non fa altro che mostrare l’incontro/scontro tra queste due personalità, sullo sfondo di un thriller giudiziario decisamente appassionante.
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I Guardiani della Galassia! La recensione cosmica

I Guardiani della Galassia, di James Gunn, 2014

Ah, i Guardiani della Galassia! Abbiamo un procione parlante e incazzato, abbiamo un personaggio femminile finalmente capace di combattere, abbiamo Dave Bautista che interpreta Drax il distruttore e un albero alieno che pronuncia solo I’m Groot. E poi Star Lord, un personaggio umano complesso, simpatico e affascinante.
Ah, i Guardiani della Galassia! Che gran fumetto!

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Non si chiede l’età a Ultron!

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Qualche giorno fa è uscito il Teaser Trailer di Avengers: Age of Ultron. E merita, molto! per cui ecco il video e due parole di commento.

Ops, errore mio!

ecco il link corretto

Avete riconosciuto la canzone in sottofondo? Ascoltate bene il primo video…
Che dire del trailer? Bello, secco, montato in crescendo (espediente tipico ma sempre efficace). Come per l’ormai classico trailer del primo episodio, la prima immagine che vediamo è un panorama con la linea dell’orizzonte corrispondente alla probabile città in pericolo. Anche le immagini rallentate che accompagnano la voice over non sono il trucco più originale che si possa trovare sulla piazza ma, ammettiamolo, fanno sempre un certo effetto.
Pur essendo un trailer fatto per gli appassionati è apprezzabile come non si perda in fronzoli ma, grazie anche all’apertura in medias res, entri subito nel dettaglio della pellicola.

Sul piano stilistico è chiaro che siamo di fronte ad un film più cupo rispetto al precedente. Tutto di guadagnato.

Bella la scelta di virare la fotografia su toni più spenti e apocalittici. C’è un fotogramma molto bello con la Vedova Nera e Hulk che passa abbastanza inosservato ma credo che sarà parte di un grande momento nel film.

Ultron come un novello Pinocchio? Staremo a vedere, ma questa apparente chiarezza nelle linee guida tematiche esposte sin dal trailer (!) va ad aumentare le aspettative di un film che culmina quello che forse sono stati i due anni qualitativamente più alti del genere Cinecomic.

In Joss we trust!

Tutto può cambiare – la recensione in anteprima!

Tutto può cambiare, John Carney, 2014

Tornano le esclusive di cinepreso: ho visto in anteprima Tutto può cambiare, ecco il mio parere.

Tutto può cambiare è un film che, a dispetto del titolo, non sposterà una virgola nella storia del cinema ma che piacerà a molti. Il nuovo film di John Carney, già regista del discreto Once, appartiene a quel genere di opere che raccontano di resilienza, della capacità di due personaggi, apparentemente senza chance, di risalire la china e riaffermarsi.
Se l’impalcatura narrativa è delle più classiche, quello che colpisce è il modo in cui la storia viene raccontata. Vince la scelta di raccontare gli eventi che hanno permesso ai due personaggi di incontrarsi evitando il classico montaggio alternato ma suddividendo le due trame in blocchi, quasi pezzi di un puzzle che si incastrano tra di loro. A dire il vero neanche questa soluzione è particolarmente originale ma permette al film di mantenere costante l’attenzione ponendo continuamente domande. Per la prima metà del film ad esempio ci si chiede come Gretta, il personaggio interpretato senza eccessivo impegno da Keira Knightley, sia stata abbandonata dal suo ragazzo. E la risposta, a sorpresa, soddisfa le aspettative grazie alla sua imprevedibilità.

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Lucy ed ombre di una recensione. Lo spiegone di Lucy

Lucy, di Luc Besson, 2014.

Io non ho capito se è serio oppure no.
Lucy intendo, ma anche Luc Besson sembra stia prendendo in giro tutti.
Chiedo scusa a chi legge questa recensione sperando di trovare un’analisi compiuta attorno al senso del film. Non la troverà. Questo non perché io non abbia voglia di scrivere come ho interpretato il film ma semplicemente perché… Non l’ho interpretato.

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Una recensione commovente. Colpa delle stelle, non mia.

Colpa delle stelle, di Josh Boone, 2014.

Quando un film tratta argomenti delicati, come la malattia e la morte per cancro, rischia di essere valutato secondo un criterio fortemente influenzato dalla sensibilità individuale nei confronti della sofferenza mostrata.
Recensire Colpa delle stelle è un compito non esente da questo rischio. Sarebbe facile infatti fermarsi al puro contenuto etico ed emotivo, valutare così il film solo sulla base delle emozioni che suscita durante la visione. Il compito di una buona recensione è invece andare anche in una direzione diversa da quella puramente emotiva, portare in luce i meccanismi che regolano questo flusso di emozioni tra lo schermo e lo spettatore. In ultimo, una buona recensione deve dimostrare la qualità delle emozioni provate, certificarne insomma l’autenticità.
Davanti a un film come questo è molto difficile restare impassibili; mentre si assiste alla sofferenza – più o meno esplicita – dei protagonisti non si può fare a meno di avvicinare le vicende mostrate con quelle vissute nella realtà, magari da parte di un parente o di un amico colpito da un male simile. È quindi normale commuoversi o provare emozioni amplificate rispetto agli altri film che si vedono in sala proprio perché il tema trattato esiste nella realtà. Come dicevo, il punto non è la quantità dell’emozione ma la qualità del modo in cui viene servita. Il film di Josh Boone instaura sin dall’incipit un rapporto dialogico con il proprio spettatore. La posta in gioco da cui si parte è altissima: la voce fuori campo di Hazel Grace prepara ad assistere ad una storia vera, duramente vera. Non contenta, la voce della ragazza si scaglia contro le “pillole addolcite” di molti film e romanzi rosa. Bastano pochi secondi per capire che queste attese non verranno soddisfatte. La scena seguente mostra uno dei numerosi gruppi di assistenza per malati terminali, come se il film fosse un “Fight Club per ragazze” la drammaticità delle esperienze raccontate da queste persone è stemperata da un tono ironico, piuttosto ruffiano. Tutto il resto del film contribuisce a rafforzare quel ricatto emotivo, quel patto non scritto, secondo il quale il regista si impegnerà a dissimulare le proprie intenzioni offrendo momenti di sarcasmo e di ironia, mentre con l’altra mano spingerà sul pedale della commozione forzata. Chi non starà a questo gioco si sentirà un po’ in colpa, in quanto insensibile ad un problema drammatico come la malattia e il cancro.
Colpa delle stelle è quanto di più falso e ricattatorio si possa trovare in sala in questi giorni, e per questo motivo altro non è che un pessimo esempio di dramma. Prendiamo la rappresentazione del dolore: se da un lato è apprezzabile il tentativo di stemperare i toni, dall’altro lato è altrettanto triste constatare come la rappresentazione della malattia sia sempre subordinata alla gradevolezza di visi degli attori. Non c’è chemioterapia che impallidisca o volti e diradi i capelli, non c’è vera fatica nell’accettare la perdita della vista o di un arto. I malati sono caratterizzati come eroi, senza macchia né paura (ma davvero non basta fargli affrontare una malattia del genere per farceli ammirare?). Il dolore nobilita: è questo che sembrano pensare gli autori di Colpa delle stelle. Da spettatore, avrei preferito che questa divisione manichea tra santi, i personaggi che soffrono, e insipidi, coloro che non hanno mai sofferto, venisse meno per lasciare posto ad un racconto che mostrasse i grigi di questa scala di dolore fatta in bianco e nero.
È un peccato, perché il film è piacevole da vedere, ha un paio di scene ben riuscite, nonostante qualche caduta di stile (la soggettiva durante l’ingresso al ristorante è montata particolarmente male). Anche la storia d’amore non è malaccio, Boone la costruisce secondo i canoni classici di “un ragazzo si scontra contro una ragazza rischiando di spaccare tre costole e se ne innamora” ma non la rende eccessivamente sgradevole. Il problema è che tutta la malattia, tutte le metafore o le scene enfatiche, sono finalizzate a dare corpo alla storia tra i due amanti: l’amore non è un modo per rendere vero e terribile il dramma, al contrario, è il dolore stesso che serve solo a potenziare una relazione che, senza di esso, non susciterebbe alcun interesse.
Non ho letto il libro da cui è tratto quindi mi limito a giudicare l’impressione che mi ha fatto il film se preso come opera autonoma: un menù di emozioni servite senza criterio, e quindi indigeste, dimenticate subito dopo il pasto.
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Dobbiamo proseguire! La recensione di Necropolis.

Necropolis – La città dei morti
Di John Erick Dowdle, 2014

Il cinema post moderno ha bisogno del found footage. Questa tecnica unisce un elemento tipico della narrazione come il ritrovamento di un video amatoriale al dato stilistico della precarietà dell’immagine. Questo tipo di film ha ormai passato il periodo di massimo successo e si è attestato in poco tempo come un prodotto di nicchia, tipico soprattutto dell’horror.
Non ci sono mezze misure con il found footage: o lo si ama o lo si odia, è piuttosto difficile rimanere indifferenti. Non stupisce però che sia stato l’horror ad adottarlo come proprio stile privilegiato: attraverso la privazione del campo visivo che viene permesso dall’uso una telecamera/cinepresa non onniveggente e inserita all’interno della storia, la costruzione dei meccanismi di paura viene facilitata.
Necropolis sfrutta abilmente questo stratagemma e incentra la paura più sul non visto che sul gore o lo splatter. Grazie a una moderata dose di paura e alla sua breve durata il film offre un intrattenimento senza grandi pretese, godibile ma non eccezionale. Ci sono alcune idee interessanti e in un paio di scene il found footage si mostra in tutta la sua efficacia. Un esempio può essere la fuga di un personaggio dal demone di turno che viene ripresa in prima persona; il regista alterna momenti di nero che corrispondono a tagli dei “momenti morti” della corsa alle apparizioni di mostruose creature. Così anche le cadute o i momenti di concitazione riescono a portare lo spettatore in mezzo all’azione. Il ritmo spezzato non impedisce comunque una soddisfacente alternanza dei punti di vista tale da rendere possibile una minima identificazione, ma veramente minima, con i personaggi.
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